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Out of my window di Alice Gioia

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Da quali stelle siamo caduti, per raggiungerci quaggiù?/15

Zucconi
(Uno scatto rubato a Vittorio Zucconi e a Lalage, il pollo viaggiatore, al Festival del Giornalismo di Perugia)

Innanzitutto mi scuso per la lunga assenza, ma il lavoro mi ha tenuta lontana dal pc. In compenso, costretta alla pendolarizzazione forzata, ho avuto modo di leggere abbastanza, appollaiata sui treni in perenne ritardo o sobbalzando sulla 43 (mai puntuale come la 94, come sentenziava una signora qualche mattina fa).
Ricominciamo con un libro molto agile e veloce, “Sta a vedere che ho un figlio italiano” (Mondadori), scritto da Jeff Israely. corrispondente in Italia per il Time.
Una lettura piacevole, ma non indispensabile. Getta qua e là spunti interessanti e divertenti, come spesso accade quando per un attimo ci si toglie i nostri panni (in questo momento sudaticci, vista la stagione) e ci si guarda con gli occhi dell’altro: un modo per sorridere delle nostre piccole idiosincrasie, delle nostre abitudini sbruffoncelle (dalla guida nel traffico alle pappine per i nenonati). Ma che, inevitabilmente, riesce anche a scivolare nella banalità dei discorsi sul cibo, sulla famiglia, sull’educazione, sui rapporti tra vicini di casa: tutte caratteristiche per cui noi italiani dal sangue caldo ci differenziamo rispetto al resto del mondo. Un’analisi che poteva andare bene trent’anni fa, forse, ma che non tiene assolutamente conto dei cambiamenti recenti e delle nuove generazioni. Inutili anche certi sproloqui sul patriottismo americano, e in particolare undicisettembriano: come se noialtri davanti alle tragedie non ci sentissimo italiani.

Di gran lunga migliore (anche se ovviamente questo verrà letto come un gesto di raro patriottismo italiano) “L’aquila e il pollo fritto” (Mondadori), in cui Vittorio Zucconi dà il meglio di sé. Non mi dilungo sulla prosa dell’autore e sull’acutezza di certe battute, che tanto non ne ha bisogno; in compenso, sottolineo quello che manca al buon Israely: un’analisi profonda della realtà economica, sociale e politica degli USA, vista con gli occhi di un padre e di un nonno che non si lascia sfuggire nemmeno una cifra, pur mantenendo il ritmo narrativo e riuscendo a raccontarci un bel po’ di fatti suoi. Ovvio che, al confronto, le descrizioni che Israely dà di alcuni momenti della scena politica italiana, inframmezzati da corse all’ospedale e ricette di parmigiane, sembrano decisamente riduttive.

Va bene, avrete capito che “Sta a vedere che ho un figlio italiano” non mi è piaciuto molto; ma per confermare l’ennesimo pregiudizio sul cerchiobottismo e sul ma-anchismo italiota, chiudo con un complimento. Unica nota lirica e bellissima: il capitolo sull’immigrazione, in cui riprende la storia a lieto fine di un clandestino sbarcato a Lampedusa, da lui intervistato per una rivista straniera. Finalmente lo sguardo di un vero immigrato sulla nostra piccola Italia, ruffiana e qualunquista.