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Out of my window di Alice Gioia

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Perchè la pazienza ha un limite, Pazienza no

“Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare un’intera via crucis con una semplice stretta di mano o una visita a un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore.”

Andrea Pazienza


Andreapazienza


Mi è già capitato di parlare di lui. Ma non sono stata precisa, non ho raccontato tutta la storia.
Di come l’ho incontrato, una notte di luna, in un parco. Milano, ex Paolo Pini. Biglietto d’ingresso: 8 euro, lo conservo ancora nel portafoglio. È una sera d’inizio estate, quando fa ancora fresco e le zanzare sono magnanime. Terza liceo scientifico, il giorno dopo ho una verifica, forse, non ricordo bene. Ma sono riuscita a convincere mio padre che andare a vedere quello spettacolo è questione di vita o di morte.
Il vento spazza l’erba del vecchio ospedale, mi solletica la pelle coperta solo da un maglione traforato. Ma il brivido che risale su per la spina dorsale non è di freddo, è di emozione.
Non appena Stefano Benni comincia a raccontare.
Non appena Camilla Missio sfiora le corde del suo basso.
Non appena Andrea Pazienza incomincia a vivere.

La storia è quella di Pompeo. "Gli ultimi giorni di Pompeo". È dura, per una novellina, incominciare così: dalle pagine più intense, perché più vicine al destino del loro autore. Andare a sbattere nel genio e nella follia, nella perversione e nell’immensa umanità del vecchio Paz, in una volta sola.
E poi, completamente conquistata, veder crollare (letteralmente) tutto a terra.
Poi sono andata avanti a cercare, e di Pazienza mi sono innamorata davvero, come è successo e succederà a tanti.
Ma la sensazione che provo ogni volta che leggo una sua tavola rimane la stessa di quella notte, all’ex Paolo Pini. Gli occhi incollati alla scena, ai disegni, ai particolari, ai colori, senza nessuna possibilità di distogliere lo sguardo. Rapita dalla poesia durissima delle frasi, in un crescendo di attrazione.
E poi, all’apice, la consapevolezza della fine. Dell’ultima battuta, dell’ultima vocale.
Dell’ultima siringa.
Dell’ultima dose.


È con un pizzico di amarezza che voglio ricordare Andrea, in una notte di giugno come tante, passata a studiare. E non, come vorrei, a leggere una delle sue tavole, senza avere la certezza che è l’ultima. Perché, come hanno detto i suoi amici, Andrea ci ha fatto un grande torto: ci ha privato di tutte le storie
che non aveva ancora scritto. E, questo, non glielo perdoneremo mai.

Tra i tanti libri su APaz, consiglio questi due:

“Le donne, i cavalieri, l’arme, la roba- Storia e storie di Andrea Pazienza”, Franco Giubilei, Edizioni BD (bellissimo, ma introvabile);

“Paz – scritti, disegni, fumetti”, a cura di Vincenzo Mollica, con un racconto di Stefano Benni, Einaudi Tascabile