Out of my window - Out of my window

Out of my window di Alice Gioia

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Da quali stelle siamo caduti, per raggiungerci quaggiù?/7

Me la ricordo alta e bionda. Guance rosse, un paio di scarpe sportive, gonna al ginocchio e camicia.
E una voce pacata, ma ferma, attraverso la quale riusciva a ricostruire le immagini strazianti delle “sue” guerre, in una sala affollata al Festival di Internazionale.
Poco più che trentenne, Åsne Seierstad ha raccontato sorridendo di essere diventata reporter di guerra quasi per caso. Era una studentessa norvegese in Erasmus a Mosca, a diciannove anni, quando è scoppiato il primo conflitto ceceno. E, da brava reporter, ha mollato tutto ed è partita. In Cecenia, poi, è tornata recentemente (sotto mentite spoglie, come ha spiegato a Frost over the world), e proprio a questa terra tormentata ha dedicato il suo ultimo lavoro, “Angel of Grozny”.
Ma il romanzo che l’ha resa una delle più apprezzate autrici contemporanee è “Il libraio di Kabul”. Un libro che, attraverso una narrazione in bilico fra romanzo e documentario, restituisce i colori dell’Afghanistan, e i suoi profumi. Il fango nelle strade dei paesi, il deserto pieno di mine, le montagne aride e inospitali. L’aroma di spezie al mercato, mescolato con il puzzo di sudore, sotto le pesanti stoffe dei burka. La sensazione della polvere tra le dita, nella della libreria del protagonista. Lo scintillio dei gioielli, che le donne usano per preparasi alla festa nuziale. Uno spaccato straordinario e vividissimo della società afgana, prima e dopo i talebani.

"Un pomeriggio, Leila si mette il burka e le scarpe a tacco alto e sguscia fuori dall’appartamento. Fuori dalla porta incernierata di casa, oltre i panni da lavare, fuori nel cortile. Prende con sé, per compagnia e decoro, un ragazzino del vicinato. Attraversano il ponte sul fiume Kabul ormai in secca e scompaiono sotto gli alberi di uno dei pochi viali della città. Oltrepassano i lustrascarpe, i venditori di meloni, i panettieri. E uomini che se ne stanno lì a non far niente. Sono quelli che Leila teme di più, quelli che hanno il tempo – e se lo prendono – per guardare."

(A. Seierstad, “Il libraio di Kabul”, BUR 2008)