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Out of my window di Alice Gioia

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Scemo di guerra

 
Ascanio

Ascanio Celestini se ne sta accoccolato sul palco vuoto del Fraschini, uno dei palchi più pendenti d’Europa, su cui anche i migliori ballerini hanno qualche problema a fare le piroette. Ma lui non ha fatto fatica a catturare l’attenzione del pubblico con le sue giravolte di parole, i suoi funambolici monologhi, sospesi tra realtà e bugia.
“Perché uno inizia a raccontare la verità, e poi, si sa, si fa prender la mano e va a finire che racconta fregnacce”.
E lui, in "Scemo di guerra", è partito da una verità: i ricordi di suo padre, Gaetano, che a otto anni ha vissuto la Roma della guerra. Ricordi che si intrecciano inesorabilmente e inestricabilmente con quelli degli altri personaggi, e che ci portano lungo le vie, nel quartiere di San Lorenzo, su e giù per i colli, senza sosta, fino ad arrivare in Polonia, in un campo di concentramento. Parole che rotolano lungo le ossa scheletriche di un “omo col braccio lungo lungo secco secco”, sulle “mani bellissime del barbiere morto e poi risorto”, negli occhi di un bambino di nome Giubileo. Sulle vite spezzate di tutti quei ragazzini che “sono diventati uomini per decreto di Hitler o di Mussolini”.
E nella voce roca di suo padre, che porta nello spettacolo il sapore di storie leggendarie, in cui le emozioni vibrano, rannicchiate nel silenzio delle pause e dei respiri.

In questo momento, in Italia, “bisogna avere pazienza”, come dice uno dei tuoi personaggi?

No, assolutamente, bisogna farsela scappare. Perché la pazienza è una virtù, e in Italia le persone non sono pazienti, sono sedate. Non è più questione di virtù: è un problema chimico. E molte persone stanno cominciando a perderla, la pazienza. Ecco, questa sta diventando una nuova virtù.

In Italia è difficile fare l’attore? È più difficile di prima, o sarà più difficile in futuro?

Io faccio teatro da 15 anni, non parlo dei tempi di Salvini e Rossi, insomma, non so com’era prima. Quello che posso dire è che oggi, rispetto a dieci anni fa, ci sono molte meno opportunità. Ci sono stati due o tre momenti che veramente sono stati come degli scalini verso il basso. A un certo punto è scomparso quasi completamente il teatro al Sud, per esempio. Nel momento in cui finiscono i soldi, è difficile sostenere un mestiere che è sempre al limite tra l’essere un mestiere e l’essere semplicemente una passione (pure mia madre mi diceva: “ma che fai a fare l’attore come mestiere, lo puoi fa’ come dopolavoro, lo fanno in parrocchia, no?!”). Molti, per anni, non capiscono se lo fanno come lavoro o se è solamente una passione. Ma se ti tolgono totalmente le risorse per farlo, non è più un lavoro. E invece questo è soprattutto un lavoro. Prima ancora che una scelta, forse prima ancora che una passione. E come tutti i lavori, lo devi fare con passione.
Ora la situazione è disperata. Non c’è stata differenza tra governo di centrodestra o governo di centrosinistra. Diciamo che i governi di centrodestra sono un po’ più veloci. E soprattutto sono un po’ più pericolosi, perché sono più ignoranti. E di questa ignoranza ne fanno un vanto. Non dico ignoranza nel senso che non hanno letto Kafka: sto parlando di totale mancanza di attenzione per la cultura in senso antropologico, per la conoscenza, per le relazioni. E questo è davvero disastroso. Certo che se non c’è una legge per il teatro e per il cinema….Insomma, è colpa di tutti. Io credo sia colpa soprattutto della sinistra, perché uno dalla sinistra certe cose se le aspetta, mentre dalla destra ti aspetti solo la catastrofe. E la destra, sulla catastrofe ci sta lavorando. La sinistra sta guardando pressoché impotente.


Chi fa teatro fa anche informazione?

Non credo che chi fa teatro o cinema faccia informazione. È come pensare che i macelli vendono i gelati. Ma no, perché?! Il gelato lo vendono i gelatai. Poi se uno vuol vendere carne e gelato, affari suoi. Ma chi viene a vedere uno spettacolo non ha il tempo per informarsi, e chi fa teatro non ha gli strumenti per informare. Detto questo, non significa che chi fa teatro debba vivere su un’isola deserta. Perché anche se si mettesse a raccontare cosa ha sognato quella notte, anche allora parlerebbe di qualcosa che un minimo di concretezza ce l’ha. Perché avrai sognato cose che esistono, o almeno che sono fatte della stessa materia delle cose esistenti (un po’ il contrario di Shakespeare, detta così…). Chi fa teatro, e che è un po’ fuori dalla catena di montaggio e non pensa ci sia una divisione rigida dei ruoli (il regista che fa la regia, l’attore che recita e impara le battute a memoria, lo scenografo che fa la scenografia), ma decide che lo spettacolo è uno, e lui si prende carico dello spettacolo, e si costruisce la scena; ecco, chiaramente uno così si prende la responsabilità di quello che dice e di come lo dice. E si prende una responsabilità etica. Per esempio, uno non spende due miliardi di euro per uno spettacolo (a parte il fatto che non ce li ho, nessuno me li ha mai dati né me li ha mai promessi): voglio di’, a tutti piacerebbe essere ricchissimi, ma per tutti quelli che vivono nelle regge ce ne stanno altrettanti che vivono nei cartoni. Per questo dico: c’è anche una scelta etica di fondo. Così come faccio attenzione a risparmiare energia e a differenziare l’immondizia, devo cercare di non trasformare in immondizia le risorse che mi mettono a disposizione. L’artista, come gli altri e anche di più, dovrebbe essere responsabile del suo ruolo politico. Senza fare comizi né informazione, ma consapevole del proprio ruolo. Anche perché parla davanti a degli sconosciuti, deve saper affrontare argomenti che interessino, e che soprattutto non distolgano la gente da questioni concrete.


Nel tuo spettacolo hai giocato con le identità dei personaggi. Se non fossi te stesso, chi vorresti essere?

Ma non lo so, ora inizio a sentire la vecchiaia e vorrei essere io vent’anni fa! Ma non perché essere Ascanio Celestini sia la migliore delle scelte, ma perché è già difficile fare quello che faccio.
Però vorrei essere in un paese migliore, questo sì. 


[Nota dell'intervistatrice: le risposte di Ascanio Celestini vanno immaginate pronunciate con l'accento romano, altrimenti non rendono.]