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Out of my window di Alice Gioia

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Dall’altra parte del cancello

"Tutte le volte che guardi più profondamente una cosa, trovi nuovo disordine, nuove particelle, figure nella polvere e tutto quello che sapevi di quella cosa salterà in aria. Hai mai visto i matti guardare sempre nello stesso punto? Tu non sai cosa possono vedere e non sai perché resto sveglio e non voglio salvarmi a tutti i costi. (…)

Un matto è una persona che non sa dove andare, niente di più, Lucia. "

Monologo di Lee a Lucia, da “Comici spaventati guerrieri”, di Stefano Benni.

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(foto di Raffele d’Angelo)

Nella tranquillità delle feste natalizie, tra un panettone e l’altro, riesco a trovare un attimo per gustarmi un regalo, anzi due, che mi sono stati consegnati qualche mese fa, in un’occasione più che speciale. Uno è un libro, “Scene da un manicomio”, di Adriano Pallotta e Bruno Tagliacozzi. L’altro un dvd, “Dall’altra parte del cancello”, di Simone Cristicchi.
Entrambi raccontano pezzi di storia e di storie. La storia di un sistema carcerario atroce, quello manicomiale, interrotta nel 1978 dalla Legge Basaglia. Le storie che s’incrociano e si disperdono nei padiglioni delle cliniche, negli occhi degli ex pazienti, nelle mani degli ex infermieri. Attraverso le parole dell’uno e la voce dell’altro, ripercorro gli anni difficili dell’Italia del Dopoguerra. Vite fragili, che rispecchiano la fragilità di un sistema sociale incapace di far fronte alla povertà, alla disoccupazione, alla solitudine, all’abbandono (Simone dice che certi matti sono “nullatenenti”, altri “nessunotenenti”). Vite spezzate e indottrinate, spesso senza motivazioni reali. Ingiustizie per cui nessuno ha mai pagato.
Mentre richiudo il libro, sfioro con un dito la dedica che i miei due amici, Adriano e Alberto (ripettivamente, un ex infermiere e un ex paziente del Santa Maria della Pietà), hanno lasciato sulla prima pagina. E mi chiedo come sia la situazione, oggi. Vorrei che qualcuno, come fece Nellie Bly quasi un secolo fa, s’infiltrasse in quelle cliniche private in cui, assicura uno degli infermieri intervistati da Simone, si pratica ancora l’elettroshock. Che qualcuno racconti cosa succede in certe strutture, al riparo dagli occhi della società benpensante. Quelle strutture in cui, siccome nessuno ne parla, le cose che succedono sembrano non esistere per davvero.