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Out of my window di Alice Gioia

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Dall’albero di Cracovia alla blogosfera/2

"L’unico padrone del giornalista è il lettore" (Indro Montanelli)

Caff

Eravamo quattro amici al bar…
Continuiamo la nostra passeggiata nel mondo della stampa settecentesca, facendo un salto in Italia. Anche qui, il più significativo esperimento di stampa illuminista si richiamava esplicitamente al luogo d’incontro e conversazione per eccellenza. "Il Caffè", ispirato dal punto di vista editoriale al modello inglese "The Spectator", ospitava fra le sue pagine gli interventi dei personaggi di un ipotetico locale, gestito dall’oste greco Demetrio.

Cosa c’è nel Caffè
Il carattere innovativo della rivista riguardava anche gli argomenti analizzati:  poco spazio alle speculazioni letterarie erudite, e grande rilevanza a tematiche economiche, scientifiche e giuridiche di particolare attualità, affrontate in un’ottica riformatrice. Qualche esempio: gli articoli sulla necessità di una riforma del sistema giuridico e penale, la divulgazione in ambito scientifico e sanitario (l’innesto del vaiolo, le leggi sulle sepolture, la riscoperta di Galileo), la spiegazione tecnica di strumenti come il termometro o gli orologi, l’interesse per questioni legate all’agricoltura (la coltivazione del tabacco, del cacao, del caffè)…

Caffè e gazzetta
Ma "Il Caffè" è un’eccezione, in un panorama in cui la libertà di stampa sembra non essere mai esistita. Ricuperati definisce infatti il modello italiano come “una cultura abituata al compromesso”, per ragioni storiche e strutturali. Una realtà geografica e politica estremamente frammentata, che rendeva impossibile il formarsi di una coscienza politica condivisa. Le imposizioni della Controriforma, particolarmente accanite a causa della presenza della Chiesa. E poi una forte diffusione dell’industria tipografica e libraria, che ha segnato in modo significativo le vicende editoriali dei giornali italiani. Ecco le principali ragioni per cui i giornalisti dell’epoca dovevano contrattare la loro libertà di espressione con i poteri forti: Stato, Chiesa e leggi del mercato. I quali si contendevano la concessione dei privilegi di stampa e mettevano in atto forme complesse e sovrapposte di censura e, nei casi estremi, di reclusione e punizione.

Per questo gli intellettuali de Il Caffè si scagliarono duramente contro la parzialità delle gazzette, un genere molto diffuso all’epoca, inizialmente solo nei settori della diplomazia e dell’amministrazione, e poi, in relazione all’ampliarsi degli argomenti trattati, anche nei ceti più bassi della popolazione. La presenza di molti centri economici e politici nella penisola italiana rende difficile la generalizzazione, ma si può dire che le gazzette coprivano essenzialmente tre ambiti d’interesse giornalistico: la politica estera (in cui rientravano i matrimoni delle varie Case regnanti, i notiziari di guerra, gli eventi straordinari come un conclave o la Rivoluzione Francese), la cronaca locale e la microstoria, la diffusione di documenti giuridici (leggi, trattati, riforme, spesso solo riportati senza commenti). Lo spazio dedicato a ogni settore era determinato da vari fattori, a seconda della zona di diffusione del periodico. Primo fra tutti, il target a cui esso era destinato. E poi il relativo grado di autonomia, determinato dai controlli della censura. Infatti le gazzette delle città di frontiera o dei grandi scali commerciali (Forlì, Bologna, Rimini, Genova e Venezia, per esempio) erano molto più autonome e meglio diffuse: per questo, facendo riferimento a un pubblico più ampio e meno settoriale, e grazie a un controllo meno pressante, le gazzette di queste città riportavano anche notizie economiche e commenti politici. L’attività redazionale di giornali di questo tipo era quindi molto simile a quella attuale, forse: meno propaganda per i regnanti di turno, insomma, e più informazioni pratiche e precise.

Ma dove trovavano le notizie?
Esistevano vere e proprie “agenzie stampa”, composte da “spie”  che procuravano notizie fresche per i novellisti delle testate autorizzate, ma anche per quelli che scrivevano nelle gazzette segrete. Il materiale scottante che non trovava assolutamente diffusione nell’ambito locale, invece, veniva rivenduto ai novellisti stranieri o a un pubblico pagante di diplomatici e politici, che usavano quelle informazioni per le loro trattative.
A questo sottobosco spionistico faceva da contraltare il sistema ufficiale di informazione: le gazzette degli Stati assoluti, che avevano sostanzialmente una funzione di propaganda e legittimazione dell’operato del governo, anche nel caso di progetti riformatori, come in quello toscano. In questi casi, il ruolo del giornalista era quindi politico, ma anche carico di “intenzionalità pedagogica” : doveva occuparsi di formare l’opinione pubblica secondo precise direttive.

…che volevano cambiare il mondo…
Il fiorire e il diffondersi di gazzette illegali sempre più ricche di commenti politici e di prese di posizione critiche, invece, vedrà il suo massimo splendore nel periodo rivoluzionario, come dimostra una citazione di un autore dell’epoca, Matteo Galdi (in Saggio d’istruzione pubblica rivoluzionaria)

“Grazie alle gazzette, ai giornali, si incominciò a parlar di politica e a discutere delle verità pericolose per i tiranni. Si cominciò (…) a prendere a genio piuttosto per una potenza che per un’altra, nelle reciproche loro querele, si cominciò col discutere i più sublimi articoli del diritto pubblico universale, si concluse colla scoperta delli più utili.”