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Out of my window di Alice Gioia

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Dall’albero di Cracovia alla blogosfera/1

“I giornalisti borbottano, censurano, danno consigli, sostituiscono i sovrani, difendono i paesi. Quattro giornali ostili sono da temere più di mille baionette.” (Napoleone Bonaparte)

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“Ogni età è stata l’età dell’informazione, e i sistemi di comunicazione hanno sempre foggiato gli eventi”. Questa è una delle conclusioni a cui arriva Robert Darnton in un saggio sui sistemi informativi nel Settecento, che potete trovare qui. Oltre al saggio, ci troverete altro materiale estremamente interessante, di cui vi parlerò tra pochissimo. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, perché parlare di comunicazione nel Settecento? E perché farlo in un blog? Molto semplice: perché potrebbe farci capire qualcosa di quello che sta succedendo oggi nell’universo della blogosfera, del citizen journalism, della “crisi dei giornali”. E, perché no, anche della politica.

Chi racconta cosa?
Prima di incominciare, inquadriamo il periodo storico di cui ci parla Darnton. Francia del Settecento, assolutismo di Luigi XV. La libertà di parola, e soprattutto di critica, è un bene prezioso e molto rischioso. Lo sanno bene i philosophes engagés (Voltaire, Diderot, Helvétius e compagni, per intenderci), le cui opere sono censurare e bruciate pubblicamente, e che devono ricorrere a sotterfugi e a stamperie clandestine per veder circolare i loro testi. Ma lo sanno bene anche coloro che, pur non occupandosi di dissertazioni filosofiche, si imbattono nella censura e nelle ispezioni poliziesche a causa di ciò che scrivono. Mi sto riferendo ai primi reporter della storia del giornalismo francese: un gruppo disomogeneo di cittadini che si fanno carico di diffondere e commentare notizie di cronaca, politica e gossip sulla vita dell’élite di Versailles (che, come vedremo, hanno spesso ricadute politiche non indifferenti).

Due chiacchiere al bar
Ma come circolavano le notizie a Parigi? Innanzitutto, le fonti di informazione erano dirette: testimoni oculari (o auricolari, come nel caso del pettegolezzo sulla Du Barry che riporterò in seguito) che assistevano o prendevano parte agli avvenimenti e li riportavano nei luoghi in cui ci si scambiava le notizie, gli spazi pubblici. Giardini, boulevard, caffè, salotti privati e circoli sociali: ogni angolo in cui la gente potesse radunarsi e discutere diventava luogo di ricezione ed elaborazione dell’informazione, che poi veniva ulteriormente diffusa. Tra questi, anche il famoso “Albero di Cracovia” (le leggende narrano che il nome derivi dal verbo “craquer”, raccontare storie dubbie, oppure dal fatto che durante la guerra di successione polacca fosse il luogo in cui si discutevano gli esiti delle battaglie), un castagno appena fuori Versailles sotto il quale i  nouvellistes des bouches si ritrovavano per scambiarsi le informazioni. Un sistema mediatico misto, fatto di supporti orali (pettegolezzi e canzoni derisorie, più facilmente memorizzabili per gli analfabeti e di maggiore impatto sull’opinione pubblica), ma anche di foglietti, volantini, manifesti e pamphlet che contribuivano ad ampliare sempre di più il raggio di diffusione delle news.
Ma tutto ciò non era limitato ai ceti popolari o ai quartieri universitari. Anzi, spesso proprio i salotti privati erano teatro di dibattiti sulle questioni di cronaca spicciola e sul gossip della Casa Reale. Un esempio documentato è quello di Mme Doublet, il cui servitore era incaricato di girare per la città per avere informazioni di prima mano e di trasferirle sui registri di cui gli ospiti del salotto si sarebbero poi serviti per discutere. I prodotti di queste discussioni venivano poi raccolti in notiziari copiati a mano, le cosiddette nouvelles à la main, e rilegati in veri e propri volumi, diffusi illegalmente nel mercato clandestino, che registrava un fortissima domanda, soprattutto nelle zone periferiche del regno.

Il materiale scottante
Al di là degli eventi di cronaca e delle notizie commerciali, la copertura mediatica più significativa, come dimostrano i rapporti di polizia redatti dalle spie del governo che frequentavano i locali pubblici e le prove giudiziarie a carico degli imputati, era riservata a due questioni. Da un lato, il crescente infervorarsi del dibattito illuminista; dall’altro, ciò che Darnton definisce “folklore politico”: i gossip su Versailles. E non si tratta solo del morboso interesse che il popolino ha nei confronti delle élite inarrivabili, altrimenti non si spiegherebbe l’enorme fortuna di certi testi, come il libello delle Tre Sorelle (un racconto satirico sugli amori del re), o gli aneddoti sulle liti fra Maria Antonietta e la Du Barry, l’amante ufficiale del re (alla quale la regina si era rifiutata di rivolgere la parola per anni, scatenando un putiferio diplomatico). Il fatto è che, dietro a scandali a sfondo apparentemente erotico, c’erano giochi di potere politico che non sfuggivano all’opinione pubblica dell’epoca. Un esempio? Il celeberrimo episodio che un servitore ficcanaso “intercettò” negli appartamenti reali: la Du Barry lo apostrofò con un “La France, ton café fout le camp”, per avvisarlo che il suo caffè stava appunto traboccando. A un lettore contemporaneo bisogna spiegare che rivolgersi a qualcuno con il nome della sua provincia di provenienza (in questo caso, dato il personaggio, addirittura la nazione) era un’abitudine dei nobili nei confronti dei lacché, e che l’espressione foutre le camp suona estremamente volgare a un orecchio settecentesco. Parolacce e sfrontatezza, insomma: l’ennesima dimostrazione della bassezza culturale e morale di una donna che, passata “dal bordello al trono”, in realtà controllava, con il suo ascendente sul re, il potere della nazione.
La ricaduta politica: una Bastiglia colma di “autori”, conseguenza del giro di vite da parte della polizia e dei censori reali nei confronti di coloro che diffondevano il “materiale diffamatorio”. Un’informazione, insomma, a cavallo tra satira e politica, diffusa in un sistema molto articolato. Che, se si considera il gap tecnologico, non ha nulla da invidiare ai moderni sistemi mediatici.